Non esiste tempo per chi si è perso e poi cercato scavato ritrovato. Senza fiato e senza punteggiatura.
Occhi piombo, fin da piccola qualcosa in lei era diverso.
Nel suo mondo non c’era spazio per le parole, per i numeri e nemmeno per il sole.
Da piccola lottava, da adolescente faticava e da adulta sorrideva.
Un ciclo, come delle fasi senza senso con un’unica meta: la libertà.
Nella marginalità, nell’angolo.
Randagia, selvaggia, priva.
Un ultimo banco.
Da piccola Nina non sapeva dove andare, così si sedette sul banco di scuola e incominciò il suo viaggio verso l’altrove.
Che modo in questo mondo?
Le superiori, una fase delicata.
Nina non andava a scuola per imparare, Nina andava a scuola per sentirsi normale.
Le mura di casa erano rumorose, quelle di scuola invece erano silenziose.
Dentro di lei disordine.
“Mamma vado a scuola, mi accompagni ?”
“Iav , vieni, nella sua lingua significa questo.
Era il 2010, una punto sfasciata grigia e la casetta per ascoltare musica.
Tutto sbiadito ma così vivido.
Quella soglia varcata era un punto di partenza.
I numeri erano un problema, causavano ansia e timore ma Nina voleva proseguire.
Non capiva, non capiva. Ripeteva le cose due volte per rassicurarsi.
Oppressa, mai lei.
“Mi scusi prof, non capisco”, disse Nina spaventata da quei numeri così disordinati ai suoi occhi. La schiena sudata e le orecchie bollenti. I sintomi di chi sta provando panico.
“Fai un disegno, tanto tu non capisci nulla”.
Il buio diventa limbo, pozzo. Sudore, senza fiato, senza parole.
Caldo, freddo. Vomito.
Chi sono?
Da quel giorno buio.
“Allora io non so fare, allora io non so contare”. Così in un loop emotivo. La mia scatola nera, chiusa messa da parte.
L’impatto della parole.
Veleno e antidoto.
Le parole posso curare, le parole possono ferire.
Le parole creano senso, le parole creano legame.
Le parole tagliano, le parole restano fissate nella mente e non vanno più via. E allora perché nessuno ci fa caso? Perché nessuno ha cura?
Educazione controvento.
Venni bocciata parecchie volte da quell’episodio, dal tu non sai fare nulla.
Io ci ho creduto.
In quell’estate dopo l’esame dei debiti finali il professore mi chiamò per comunicarmi l’esito negativo.
E di nuovo il vuoto.
La scuola non era più un obbligo per me, ero grande per loro ma io mi sentivo ancora quella bambina con il bisogno di imparare di essere accolta e vista e non scansata.
Da lì, niente.
Non esisteva educazione, non esisteva redenzione.
Letto.
Bagno.
Letto.
Dita in gola. Così per i cinque anni successivi.
Iniziai a scrivere, giusto per buttare via non solo i succhi gastrici ma il buio della mente.
Un diario di vita, dove appuntavo le mie sensazioni.
Scrivere mi ha aiutata a sopportare.
Facevo la segretaria nel 2018, sbagliavo tutti i conti. Mi agitavo. Scappavo.
“Devi tornare a studiare”, mi disse il mio datore. Come glielo spiego che io non so contare, che devo usare le dita per tenere il conto.
Annuivo.
Potevo morire in mano mia e nessuno se ne sarebbe accorto. Ma io si.
In quel mese di novembre di sei anni fa ho deciso di vivere.
Una tuta enorme, a piedi senza sapere nulla.
Non conoscevo educazione, non conoscevo me.
“Io voglio riprendere da qui”, dissi alla dirigente.
Corridoio vuoti, spersa.
Le luci di Natale in quel mese iniziavano ad illuminare la mia vita.
Paradossalmente mi sedetti al primo banco e l’unica cosa che pensai era “ma io qui che ci faccio ?”
Così per tutte le ore successive.
“Scrivimi perché sei qui” chiese la docente.
Dopo aver letto il mio racconto si mise a piangere e mi abbracciò. Lei aveva capito.
Sono qui per salvarmi.
Da qui la scuola ha avuto un colore diverso.
entrammo in didattica a distanza dopo pochi mesi, la pandemia prese il sopravvento ma io non potevo arrendermi.
Nessun ordine cronologico, nessun tempo. Un solo obiettivo: costruire un’identità.
L’istruzione.
La rieducazione.
L’anima.
Ricominciai a scrivere, ora sul serio. Un’attrice senza platea, non lo necessitavo più.
Scrivo libri, le persone mi dicono che sono brava. A me non bastava.
Vuoto dentro. Cosa ho che non va?
Mi diplomo da adulta, da sola.
“Mamma perché nessuno è venuto ad abbracciarmi?”
Sempre quella bambina in cerca di amore.
La mia adolescenza finalmente ripresa io che non ho mai avuto una.
Tre anni dopo il mio primo giorno di università approdai con la stessa frase di tre anni prima “ma io che ci faccio qui ?”
L’ansia mi attanagliava. Che cos’è una sessione di esame?
Faccio il mio, dono me stessa.
Da lì capisco: ho scelto io per me, con il mio diritto di essere ciò che ho sempre voluto essere: normale.
Quel corridoio, quel giorno di ottobre e quella corona in testa tanto sofferenza quanto desiderata.
E mia madre lì.
“Questo è il mio posto”, dissi ad alta voce.
“Questo è il mio posto e nessuno me lo porterà via”.
Che la mia voce possa essere un grido verso chi non ha le parole.
Che i miei occhi possano essere guida verso chi non vede dentro la propria anima.
Quella fame di riscatto sarà sempre il motore di ogni mio passo.
Che lo studio possa rendere liberi tutti coloro che dentro casa e fuori si sentono oppressi.
Questa è la storia della bambina occhi piombo che con niente è arrivata a riprendersi tutto: la libertà di essere, attraverso l’istruzione dove la sua diversità veniva vista come una marcia in meno. E invece lei l’ha usata per vivere.
Virginia Spinelli

