L’IMPORTANZA DELLA SCUOLA CARCERARIA NELLA RIABILITAZIONE DEL DETENUTO

Nel dibattito pubblico sul sistema penitenziario, il termine “rieducazione” è spesso evocato con scetticismo. Il carcere è visto come un posto che serve ad allontanare dalla società chi ha commesso un reato facendogli scontare una pena senza fine. Eppure, l’articolo 27 della Costituzione è chiaro: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Un’aula scolastica allestita tra i corridoi di un carcere rappresenta la più concreta applicazione di questo principio. Non si tratta di un lusso o di un premio, ma di un dovere che lo Stato ha verso il cittadino detenuto e, in definitiva, verso la collettività stessa.

Ma purtroppo questo ideale contrasta con la realtà: l’80% della popolazione detenuta ha un basso grado di istruzione (il 21% è analfabeta o con licenza elementare, il 58% con licenza media), riconsegnando una immagine del carcere come un “contenitore di marginalità sociale”.

È tra i banchi, invece, che si gettano le fondamenta per un ritorno alla società, preparando un individuo a gestire la libertà in modo consapevole e rispettoso delle regole.

La scuola in carcere può essere definita come un percorso strutturato di “riabilitazione cognitiva e sociale”, un esercizio quotidiano obbligato e necessario che costringe a riappropriarsi di ritmi, doveri e interazioni civili. Attraverso lo studio, si impara non solo a leggere e a fare conti, ma a “ri-sistemare le idee”, ad affrontare problemi con strumenti diversi dalla violenza o dall’impulsività, a progettare un futuro possibile. Questo allenamento mentale ed emotivo è la migliore preparazione per affrontare le prove del mondo esterno: un colloquio di lavoro, la gestione di un permesso premio, o il reinserimento attraverso pene alternative alla detenzione.

L’importanza della scuola infatti trascende il contenuto dei programmi. La sua vera forza risiede nella struttura stessa, che impone orari da rispettare, compiti da consegnare, relazioni da gestire con insegnanti e compagni di classe, capacità di risolvere i problemi in modo diverso. È una micro-società ordinata che riproduce, in forma protetta, le dinamiche di impegno e responsabilità richieste all’esterno.

Questo allenamento alle regole è fondamentale soprattutto per quei detenuti con storie di emarginazione e devianza precoce, per i quali il rapporto con le norme sociali è stato conflittuale o inesistente. L’aula diventa il luogo dove sperimentare che il rispetto di un regolamento è la condizione per ottenere un risultato positivo: la promozione, la soddisfazione personale, la lode dell’insegnante.

Parallelamente, la scuola lavora per “riordinare le idee”, come un vero e proprio percorso di emancipazione e scoperta della propria identità. Lo studio richiede concentrazione, memoria, capacità di analisi e pensiero critico. Obbliga a progettare il tempo, a gestire la frustrazione di un concetto non immediato, a cercare soluzioni, offrendo una struttura al tempo detentivo, un’opportunità di riscatto, contrastando passività e disagio. Sono tutte abilità che, se carenti, possono aver contribuito a scelte criminali e che, se potenziate, diventano strumenti per affrontare la vita in modo legale e costruttivo.

Infine, la scuola apre una finestra sul mondo in quanto è un ponte con la società esterna, che arriva in carcere attraverso i programmi didattici, le uscite culturali, progetti di scambio. I libri di testo, le discussioni in classe, i progetti che a volte prevedono scambi con scuole esterne, rompono l’isolamento del carcere, mantengono un aggancio con la realtà sociale, culturale e professionale che c’è fuori, alimentando la motivazione a cambiare.

L’impegno scolastico non rimane confinato tra le mura del carcere. È un fattore determinante nel percorso penale individuale ed il più solido ponte verso le misure alternative. Il giudice di sorveglianza, nel valutare la concessione di un beneficio come l’affidamento in prova al servizio sociale o la semilibertà, analizza scrupolosamente la condotta del detenuto e la sua partecipazione ai percorsi rieducativi. L’impegno scolastico è valutato come parte del trattamento rieducativo e viene considerato positivamente per l’accesso a benefici e per l’ottenimento di misure alternative come i permessi premio. Un curriculum scolastico costante, il conseguimento di un diploma o l’impegno in un corso universitario sono prove concrete di cambiamento, di volontà di investire sul proprio futuro e, quindi, di minore pericolosità sociale.

Le pene alternative – come la detenzione domiciliare, la semilibertà, il lavoro di pubblica utilità – non sono una “svendita” della pena, ma la sua evoluzione logica verso il reinserimento. Sono misure che hanno tassi di fallimento (nuovi reati) molto bassi, dimostrandosi più efficaci della detenzione pura nella prevenzione della recidiva. La scuola prepara il terreno per queste misure in modo duplice: fornisce le competenze tecniche (ad esempio, una qualifica professionale) necessarie per trovare un lavoro una volta fuori; e forgia l’attitudine mentale alla responsabilità e all’autodisciplina richieste per rispettare le prescrizioni del magistrato. Infatti l’istruzione sviluppa competenze utili per la vita quotidiana e da persona libera: un detenuto che ha imparato a rispettare gli orari delle lezioni e a portare a termine un compito avrà meno difficoltà a rispettare il coprifuoco della detenzione domiciliare o gli orari di un lavoro in semilibertà. In questo senso, la scuola è il primo, fondamentale step di un percorso di libertà vigilata e responsabile.

Nonostante il quadro normativo avanzato e le tante esperienze positive, la scuola in carcere opera in un contesto estremamente difficile. L’emergenza strutturale del sovraffollamento è la prima nemica: celle sovraffollate lasciano poco spazio e serenità per lo studio; il continuo trasferimento di detenuti da un istituto all’altro interrompe i percorsi didattici; la carenza cronica di agenti di polizia penitenziaria può limitare gli spostamenti necessari per raggiungere le aule.

Esiste poi una forte disomogeneità territoriale. L’offerta formativa e la sua qualità variano enormemente da regione a regione e da carcere a carcere. In alcune realtà, come quelle in cui operano associazioni e università particolarmente attive, i progetti sono all’avanguardia. In altre, ci si limita ai corsi base. Per realizzare pienamente la sua funzione la scuola in carcere avrebbe bisogno di una formazione specifica per gli operatori e per le educatrici che devono saper gestire le specificità del contesto e un collegamento con il territorio, attraverso progetti che portano studenti esterni in carcere e detenuti in visite esterne cosi da rompere l’isolamento e favorire il confronto.

Infine, c’è la sfida più delicata: l’integrazione tra scuola e mondo del lavoro. Va evitato che il percorso si concluda con un diploma che rimane solo un pezzo di carta, se non seguito da concrete opportunità di tirocinio e occupazione, anche durante le misure alternative. I progetti più riusciti sono quelli che, in sinergia con il territorio, combinano la scuola del mattino con il lavoro o la formazione professionale del pomeriggio, consolidando abitudini costruttive e creando un circolo virtuoso di abitudini positive nell’ambiente sociale.

Investire sulla scuola in carcere non è un atto di buonismo verso il detenuto. È un calcolato e necessario investimento sulla sicurezza di tutti. Va compreso che è più economico e socialmente utile pagare uno stipendio a un insegnante che costruisce cittadini, che mantenere a vita in carcere un recidivo. I dati lo confermano: la partecipazione a percorsi formativi riduce drasticamente le probabilità di tornare a delinquere.

La scuola carceraria quindi è il cuore pulsante del mandato rieducativo della pena, un dispositivo chiave per trasformare il tempo della pena in un tempo utile che offrendo gli strumenti per “ri-sistemare le idee” e allenarsi a essere liberi. È un investimento sulla sicurezza collettiva, non un favore a un detenuto, in quanto il carcere è uno specchio della società la cui maturità civile si misura anche dalla capacità di vedere nella scuola in carcere un laboratorio sociale per riannodare i fili spezzati e riaprire il futuro possibile. La scuola carceraria, quindi, non è un optional… È il primo, indispensabile passo per trasformare un condannato in un cittadino, e una cella in un punto di partenza. Perché, come scriveva don Milani, “la colpa del non sapere non è di chi non sa, ma di chi non ha voluto insegnare”. Tutti gli operatori, tra quelle mura, hanno il dovere supremo di insegnare.

Raffaele Pietrangelo

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