Via delle Caserme, dove il calcio diventava poesia

“Amo Pescara. Udine è una città bella, civile. Mi ci sono affezionato, ma io amo Pescara. E come avere sposato una donna carina, simpatica, educata alla quale vuoi bene, ma poi hai sempre in mente un’altra, giorno e notte pensi sempre a lei.

Di Pescara mi piace tutto. Mi piace quando arrivi la sera alle undici e vedi la gente in coda in macchina per parcheggiare vicino Via delle Caserme; mi piace quel suo essere sempre in movimento, quel po’ di sana sbruffoneria, quel voler vivere alla grande, magari anche al di sopra delle proprie possibilità ma sempre con la convinzione di potercela fare. Il pescarese è spavaldo e generoso, e questa generosità si vede in tutto, anche nel tifo allo stadio.

A Udine giocano i preliminari di Champions e c’è il Friuli mezzo vuoto. Credo che se una cosa del genere succedesse a Pescara dovrebbero chiamare l’esercito per tenere lontana la gente. Rischierebbero di far crollare le tribune dell’Adriatico. Dunque, voglio bene a Udine ma amo Pescara. Semplice, no?”

Questa è la frase che è circolata di più a Pescara nei giorni successivi alla scomparsa di Giovanni Galeone, per tutti “Il Profeta”.
Nella sua carriera, Galeone guidò la Delfino Pescara 1936 in periodi che sarebbero entrati nella storia del club: due promozioni in Serie A (1986-87 e 1991-92) segnano il suo nome sul tabellone dei grandi. Ancora oggi, chi passeggia per via delle Caserme nelle sere d’estate — ricordando quel «essere sempre in movimento, quel po’ di sana sbruffoneria, quel voler vivere alla grande» — sente l’eco di un calcio che contava più per la bellezza che solo per il risultato. E proprio quell’amore viscerale che la città dichiarava — “di Pescara mi piace tutto…” — sembra incarnarsi anche nell’allenatore che rendeva il gioco spettacolo e il sogno più grande della salvezza un’impresa.

Classe 1941, napoletano di nascita, Galeone si formò tra Napoli, Trieste e Udine: una geografia che unisce mare e vento, libertà e rigore. Da allenatore si impose con una visione: «Per me il 4-3-3 è l’unico modulo che ha ragione di esistere, per giocare ci si deve divertire», dichiarava. I suoi allievi — tra cui M. Allegri o G. Gasperini — ne ricordano la lezione: calcio come pensiero, stile, curiosità. Amo Pescara. Di Pescara mi piace tutto. È una donna che ti fa perdere la testa. Con queste parole descriveva l’amore intenso, viscerale, per la nostra Pescara: un amore che ben si lega al sentimento che molti tifosi provavano per il “Profeta”. Oggi, con la sua scomparsa, quella passione diventa ricordo e tributo.
Sebastiano Cicchitti

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